Gazeta de Antropología, 2022, 38 (2), artículo 06 · http://hdl.handle.net/10481/76003 Versión HTML
Recibido 29 noviembre 2021    |    Aceptado 25 diciembre 2021    |    Publicado 2022-07
Edgar Morin, una 'Scienza Nuova' per un nuovo approccio col mondo
Edgar Morin, a 'New Science' for a new approach to the world




RESUMEN
In questo testo l’autore afferma che Edgar Morin mette in evidenza la potenza rivoluzionaria del concetto di Complessità che a livello epistemologico ha favorito l’emergere di una Scienza nuova. Questa scienza supera i principi emersi dall’orizzonte di senso delineato dalla scienza classica e propone in alternativa un nuovo metodo le cui “regole” permettono di cogliere la complessità del reale senza mutilarla e di alimentare la conoscenza anziché soffocarla.

ABSTRACT
In this work the author states that Edgar Morin highlights the revolutionary power of the concept of Complexity which, at an epistemological level, has favoured the emergence of a new Science. This science goes beyond the principles that emerged from the horizon of meaning outlined by classical science and proposes, as an alternative, a new method whose 'rules' make it possible to grasp the complexity of reality without mutilating it and to nourish knowledge instead of stifling it.

PALABRAS CLAVE
Morin | complessità | metodo | epistemologia | scienza nuova
KEYWORDS
Morin | complexity | method | epistemology | new science


1. Dall’antropomorfizzazione alla reductio ad unum

Edgar Morin, padre del pensiero complesso, nel lungo ed articolato percorso che presenta in La Methode VII (Morin 2021), rileva che la parola Complessità racchiude in sé una potenza rivoluzionaria tale da cambiare completamente il nostro modo di rapportarci alla realtà e quindi di organizzare la conoscenza.

A tal proposito Morin propone una Scienza Nuova, espressione a cui ricorre in molte sue opere e che scrive in italiano ed in corsivo proprio per sottolineare il debito di riconoscenza nei confronti di Giambattista Vico, il filosofo napoletano che per primo in maniera esplicita ha delineato un percorso alternativo a quello emerso dalla razionalità formale, figlia della metafisica platonico-pitagorica.

È proprio Vico a rilevare infatti che quando l’uomo ha superato la fase del “sentire senza avvertire” e ha cominciato ad avvertire “con animo perturbato e commosso” (Vico 1996: 199), ha iniziato a rapportarsi alla realtà traendo spunto dai fenomeni naturali e antropomorfizzando la natura stessa. Tale approccio ha sicuramente favorito la possibilità dell’individuo di cogliere la struttura organismica della natura e di conseguenza la capacità di pensare in termini sistemici; inoltre, a livello pratico, ha potenziato l’attenzione alle relazioni ed alimentato la produzione di atteggiamenti unificanti e circuitali.

Paradossalmente, proprio quando l’uomo ha cominciato a “riflettere con mente pura” (Vico 1996: 199), quindi con la nascita della filosofia, sul pensiero sistemico, al contrario, si è imposta l’esigenza di reductio ad unum che in seguito, con la scienza classica, si è via via trasformata in un metodo rigoroso. Da Cartesio fino a Kant, l’immagine del mondo coincideva con un oggetto, costituito da parti intrecciate, collegate e regolate secondo meccanismi lineari di causa effetto, comunque in sé compiuto e caratterizzato dal tempo ciclico dell’eterno ritorno e quindi conoscibile in maniera completa.

Questo tipo di ontologia ha condizionato persino coloro che per primi, di fatto, hanno messo in crisi la visione meccanicistica, come Planck, il padre della fisica quantistica e Einstein il teorico della Relatività, che nonostante le loro scoperte, non hanno mai smesso di credere fermamente nel meccanicismo e nella causalità lineare. Scrive in proposito Morin: “Da Galileo a Einstein, passando per Newton e Leibnitz, c’è stato un grande sforzo per concepire una teoria dell’universo. Ora, questo sforzo è andato in frantumi, esso doveva necessariamente infrangersi nel volere concepire questa unità sotto gli auspici del paradigma della semplicità, sottoforma di un ordine oggettivo” (Morin 2021: 276).

Il determinismo derivante da tale impostazione infatti ci ha fornito e continua ad alimentare l’illusione di poter affrontare e comprendere la complessità del reale, tant’è che la metafora del meccanismo è ancora applicata a tutti i livelli: fisico-chimici, biologici, psicologici, noosferici, sociali e ambientali.

Ne è conseguito che qualsiasi sia la disciplina di cui si diventa specialisti, la tendenza è quella di isolare gli eventi, i fenomeni, i problemi, e di innescare processi di separazione, semplificazione, decontestualizzazione e recisione delle relazioni.

Questo modus operandi, secondo Morin, è ancora difficile da sradicare perché il nostro obiettivo rimane sempre quello di una conoscenza che noi orgogliosamente definiamo oggettiva, rimane cioè la realizzazione di un “mondo di certezze”.

La ricaduta di tutto ciò nella sfera pratica è una ottusa “arroganza del controllo” attraverso la “manipolazione senza freno” e la pretesa di dominio sui sistemi complessi (Morin 2021: 275 e ss.). Inoltre, “la scienza, divenuta formidabile strumento di manipolazione, è manipolata dai poteri. Più essa trasforma il mondo, attraverso la tecnologia e l’industria, meno è capace di controllare ed orientare l’uso della sua ricerca”, diventando al tempo stesso “paralizzata e folle” (Morin 2021: 281).

La scienza emersa dal meccanicismo-riduzionista infatti, probabilmente inebriata dai suoi numerosi successi pratici, non è stata in grado di comprendere che gli strumenti che forgiava per la sua liberazione dall’oscurantismo, dalla superstizione, dall’irrazionalità, sarebbero diventati anche gli strumenti che l’avrebbero resa cieca e quindi schiava di ciò da cui avrebbe voluto liberarsi.

È ormai evidente che il percorso intrapreso dalla scienza tradizionale ha generato, soprattutto negli ultimi 50 anni, una dimensione “damoclea” della quale ancora non riusciamo purtroppo a prender coscienza. L’essere umano che si muove in maniera inconsapevole nell’orizzonte di senso delineato dall’approccio scientifico tradizionale è riuscito a mettere in pericolo non solo la vita della sua specie, ma la vita del mega-organismo vivente quale è la nostra Terra-Patria (Morin 1993).

 

2. Sbriciolamento del sapere e tecno-burocratizzazione

I grandi scienziati classici sono stati animati dalla spasmodica ricerca di una teoria unitaria che spiegasse tutti i fenomeni e che soprattutto tutti li unisse. Un’idea sicuramente plausibile e motivante, ma è il concetto de unitàdella scienza tradizionale che è stato fuorviante, poiché fa riferimento ad un’unità semplice. Gli scienziati contemporanei infatti hanno evidenziato l’astrattezza del “semplice” che in natura non esiste a nessun livello; ciononostante esso ha comportato l’identificazione della conoscenza con la semplificazione, determinando non solo uno “sbriciolamento dei  saperi”, ma anche la riduzione ad informazioni elementari che hanno a loro volta generato  “una nuvola infinita di informazioni disordinate” e un sempre crescente numero di discipline super-specialistiche che invece di alimentare la conoscenza la soffocano (Morin 2021: 278).

La conseguenza di questo “’impoverimento e disseccamento della reale”, attraverso la sua “matematizzazione ad oltranza”, e la “distruzione della qualità e della fenomenicità della totalità” (Morin 2021: 276) è quella di non comprendere nulla anche di ciò che crediamo di conoscere da iper-specialisti.

La semplificazione ha impedito di cogliere la multidimensionalità dei problemi e ha spianato la strada ad un processo, per altro ancora incontrastato, di   razionalizzazione e di tecno-burocratizzazione che ha reso la scienza un centro di amministrazione, di organizzazione manageriale e lo scienziato un tecnico-burocrate. Lo sbriciolamento dei saperi e la tecno-burocrazia sono stati la causa della scomparsa dell’idea di Scienza come “vocazione alla ricerca” il cui obbiettivo era anche quello di farsi guidare dall’audacia e dall’immaginazione e di tener conto delle devianze e delle perturbazioni, monitorando gli sviluppi attraverso un costante processo di auto-critica e auto riflessione (Morin 2021: 279). Tale sbriciolamento invece è addirittura considerato come una “necessità legittima e progressiva, e ogni tentativo di contro-disciplina, di contro-sbriciolamento, è condannato come antiscientifico (Morin 2021: 277).

In questa direzione, l’interpretazione del reale alla luce della metafora burocratico-aziendale ha determinato proprio un’inversione di valori rispetto ai valori che ispiravano inizialmente anche lo scienziato classico; essa ha infatti generato e rafforzato una ricerca alimentata dal profitto contingente e ad ogni costo e dal carrierismo; una ricerca che contempla anche la novità, le idee divergenti, il miglioramento della qualità di  vita di un ecosistema globale, ma solo come scarti derivati dalle falle del sistema. Infatti, scrive Morin (2021: 280) in proposito “ci sono progressi scientifici, effusioni di creatività, isole di innovazione e di pensiero nell’enorme macchina. Ma questo è dovuto non alle strutture stesse della macchina, bensì ai suoi aspetti informali, clandestini, non razionalizzati, ai suoi fallimenti, ai suoi sottoprodotti, in primo luogo, questa enorme massa quantitativa favorisce statisticamente l’esistenza di devianze marginali”.

L’istituzionalizzazione degli atteggiamenti generati dalla burocratizzazione ha rafforzato sempre più un modus operandi che rimuove ed esorcizza l’alea, l’irrazionale, l’emergenza e la contraddizione, trasformando la Scienza in un sapere “esangue” sempre meno adatto a comprendere la realtà e quindi sempre più pericoloso nei suoi atti manipolatori, pertanto “sotto l’apparente razionalizzazione amministrativa, sotto il controllo delle commissioni, dei comitati, dei direttori, delle direzioni, dei manager, dei finanzieri, la scienza è venuta irrazionale e incontrollata” (Morin 2021: 280).

 

3. Gli studiosi non burocrati e le discipline rigenerate

Quali caratteristiche invece deve avere la Scienza nuova per Morin? Sicuramente deve essere capace di comprendere il suo ruolo nella società e nel processo di civilizzazione dell’intera umanità, ma per far ciò è fondamentale potenziare l’autocritica e l’autocontrollo.

In tal senso si deve puntare ad una “rigenerazione” della scienza che può avvenire solo grazie a quegli studiosi che sono infiammati da un ragionevole fermento critico ed autocritico e da un’aspirazione universalista che non li faccia però mai andare a ruota libera fuori dalla concretezza del reale. Questo tipo di studiosi, lungi dall’essersi fatti asservire dalla tecno-burocrazia di apparato, non hanno mai perso la capacità di riflettere sul senso della loro disciplina, non si sono fatti abbagliare dal mito di una “scienza pura” legata al progresso incontrastato di un’umanità che deve dominare il mondo e soprattutto non hanno come scopo, utopico e fuorviante, l’obbiettivo di raggiungere una conoscenza oggettiva (Morin 2021: 278). Essi si sono preoccupati di enciclopedizzare la mole di informazioni e la quantità di saperi disciplinarizzati. Morin usa il termine enciclopedia nel senso etimologico di “messa in circolo dei saperi”, poiché è proprio la metafora della circolarità che può permetterci di rilevare le relazioni e i collegamenti tra i saperi, rispecchiando in tal senso l’organizzazione di una realtà la cui natura risulta ad ogni livello complessa, aperta, sistemica ed evolutiva.

Oggi invece la scienza “non risponde più a ciò che può significare il desiderio di conoscenza. Al contrario, essa la intimidisce, la scompone, vieta di pensare, poiché vieta, in quanto spudorata, assurda e stupida, l’idea di rimettere in questione lo stato attuale di parcellizzazione e di entropia del sapere” (Morin 2021: 284). In seguito a tale deriva “la mente umana è incapace di organizzare l’enorme sapere disciplinarizzato” e allora “è necessario cambiare sia la mente umana sia questo tipo di sapere” (Morin 2021: 285).

In tal senso anche le discipline devono essere rigenerate a partire dalle “discipline umanistiche classiche”, fondate sui testi letterari, poetici e filosofici; discipline che hanno il grande merito di stimolare l’emergere di atteggiamenti e orientamenti introspettivi, di favorire la riflessione sul mondo, su se stessi, sul rapporto uomo-mondo.  È grazie ad esse che si è riusciti ad affinare la sensibilità estetica di intere generazioni a cui è stata indicata una via preferenziale “per cogliere l’aspetto poetico della vita” (Morin 2021: 302).

Purtroppo però, forse perché non più adeguatamente insegnate, utilizzate, e proposte, le discipline umanistiche non hanno più la forza di produrre mappe concettuali adeguate ad instaurare un dialogo costruttivo con i molteplici ambiti di esperienza. Anzi sono state esse stesse sottoposte al dominio dell’“oggettivismo sfrenato” che le ha snaturate, trasformandole in quelle che non a caso vengono oggi definite “Scienze” Umane. Ed ecco quindi emergere uno “Storicismo – che non conosce che epoche, soprattutto non conosce l’uomo”; un “Sociologismo” che non conosce né l’uomo, né la società, né le classi sociali; una “Antropologia moderna, che non conosce l’uomo, né come immagine mutilata e razionalizzata e povera dell’homo faber-sapiens, né come tessuto di relazioni culturali” (Morin 2021: 304). Queste “nuove scienze” si presentano “armate da capo a piedi” di determinismo e causalità lineare e risultano assolutamente incapaci di rivivificare le discipline umanistiche antiche e di evidenziarne la loro contemporaneità. Di contro hanno invece prodotto una sorta di razionalismo umanista che, presentandosi sotto forma di ideologia, di emancipazione e progresso, sta conducendo l’uomo verso un percorso che, se non verrà soggetto a consapevoli deviazioni, condurrà probabilmente all’estinzione della nostra specie. E allora la rigenerazione delle discipline umanistiche all’interno dell’orizzonte di senso della complessità può invertire questo apocalittico percorso e riuscire a condurci in una “no man’s land che era impossibile attraversare nella cornice del vecchio paradigma, in cui non c’era comunicazione tra il ‘fatto’ e il ‘valore’”; infatti “ci sono ponti, comunicazioni, attraverso la piattaforma girevole delle discipline umanistiche nuove, di una revisione drastica dell’umanesimo e del razionalismo, che permettono di far comunicare il sapere, il dovere, la volontà, vale a dire la scienza e l’azione. Non più in un feedback positivo incontrollato, ma sulla base di un’azione complessa, cioè, in tutti i modi, cosciente” (Morin 2021: 305).

 

4. I concetti impalcatura

Abbiamo descritto per grandi linee le caratteristiche degli studiosi e delle discipline che rientrano nell’orizzonte di senso delineato dalla scienza nuova. Morin completa il quadro proponendo particolari concetti che permettono di evitare la mutilazione della complessità del reale, aiutandoci a cogliere tutto ciò che la scienza tradizionale ha tentato di cancellare o di esorcizzare, ovvero tutti quegli eventi come la rottura, la diversità, la discontinuità, l’incertezza, il conflitto, l’emergenza, la contraddizione, che ancora oggi continuiamo a considerare in maniera totalmente negativa.

Sono proprio questi aspetti invece che costituiscono il tessuto connettivo di una realtà che è ontologicamente, ribadiamolo, tutt’altro che ordinata, meccanica e compiuta e che anche per essi, anzi proprio per essi, ad ogni livello si presenta sistemica, organizzata ed evolutiva.

Questi termini costituiscono “una prima impalcatura di riferimento epistemologico” (Morin 2021: 68), ma “non hanno ancora guadagnato il diritto di essere veri e propri concetti”; più che altro esistono a livello embrionale e sono espressi solo come dei “prefissi”, che però, scrive Morin, devono “arrivare alla radice e trasformarsi quindi in “radicali” per il metodo della complessità” (Morin 2021: 356).

I prefissi utilizzati da Morin per mettere in rilievo i punti di svolta teorici che ritiene fondamentali sono i seguenti: Auto. È il termine che indica sia l’autonomia degli esseri fisici nell’organizzarsi da sé attraverso un processo di riorganizzazione permanente e regolazione spontanea sia l’autonomia che a livello organico-umano-sociale diventa auto-poiesi e che si afferma sul piano dell’esistenza, dell’organizzazione e dell’azione. In altri termini autos diventa un concetto che evidenzia la concreta interazione tra genos e fainon, cioè tra specie e individuo il cui legame permanente e ricorsivo è appunto ciò che genera l’Autos.

Altro prefisso è Co da anteporre ai termini operazione-organizzazione-comunicazione, per sottolineare la relazione ricorsiva tra biotopo e biocenosi, tra organismi, tra esseri umani, tra società. È il prefisso che rimanda al radicale Eco e che indica esplicitamente l’oikos inteso non come mero ambiente geofisico, ma come emergenza vitale che scaturisce dal rapporto ricorsivo tra sfera organica e sfera inorganica. Il prefisso Ri si riferisce più direttamente alla ricorsività generatrice che è esplicitata in tutta La Methode, nella sua struttura e persino nei titoli dei volumi. E, infine, Meta è il prefisso che rappresenta l’indicazione metodologica più importante poiché rileva una riflessione di secondo livello, quella che Morin definirà in seguito la “decima epistemologica”.

Grazie a questi radicali si può cogliere il legame circolare tra fisica, biologia, antropologia, sociologia, scienze della mente, proprio perché evidenziano quegli schemi di organizzazione che accomunano processi fisici, cosmici, biologici, socio-antropologici e noosferici. Il soggetto che è riuscito a metabolizzare questi radicali può parlare di auto-eco-ri-organizzaizone, di organizzazione geno-fenomenica, di auto(geno-feno)-eco riorganizzazione, ovvero può argomentare utilizzando concetti che conferiscono alla parola Metodo un significato tutt’affatto diverso rispetto a quello che la scienza classica ci ha inculcato.

 

5. Le “regole” del metodo della Scienza nuova

Il concetto di auto(geno-feno)-eco riorganizzazione presenta le regole, gli assiomi e i postulati che hanno per secoli costituito i pilastri inscalfibili del metodo della scienza classica,  come degli “aposteriori evolutivi” che in quanto tali, per non perdere validità, devono essere nutriti ed alimentati dalla concretezza del reale.

Di conseguenza il metodo della Scienza nuova non è uno schema definitivo da applicare per sempre e in maniera indiscriminata. Non è un corpus di regole o ricette per ben condurre la nostra ragione, ma è un engramma, ovvero l’intervento di un soggetto consapevole che strategicamente applica una teoria, e compie delle azioni, monitorando costantemente il ventaglio di effetti che possono verificarsi e correggendo via via il metodo, “rigenerandolo” in base ai feedback ricevuti.

La consapevolezza del soggetto, la sua capacità di saper quanto più possibile cogliere “l’ecologia dell’azione” è l’unico antidoto alla “degradazione tecnicista” di una qualsiasi teoria ridotta alla sua “capacità manipolatoria e operazionale” e alla “degradazione dottrinaria” che trasforma appunto una teoria in una dottrina chiusa “che si vuole quindi imporre sul reale che la contraddice mettendolo a tacere” (Morin 2021: 340).

Certamente anche la teoria della complessità corre il rischio di essere soggetta a questi tipi di degrado e degenerazione; potrebbe anzi diventare una dottrina semplificatrice ancor più pericolosa perché mascherata di complessità. Potrebbe condurci infatti ad un “antiscientismo ebete”, ad “una cosmologia tascabile”, ad una transdisciplianrietà che annulla le discipline, ad una dialettica che diventa, come del resto è già successo, una “prestidigitazione intellettuale” (Morin 2021: 341).

Ma se il metodo deve per forza avere delle regole, che siano regole che salvaguardino e non mutilino la complessità: “Organizzare e non ordinare è la regola che costituisce il principio paradigamatico dell’azione complessa secondo cui l’organizzazione è in opposizione all’ordine. Questo principio riconosce la parte, il ruolo, l’utilità del disordine, della spontaneità, delle interazioni e delle contraddizioni” (Morin 2021: 45).

La nuova non violenza è la regola per cui diventa necessario subordinare “i rapporti energetici” che caratterizzano le interazioni sociali alle “relazioni informazionali”. Ovvero “informazionare al massimo e nello stesso tempo energizzare al minimo” (Morin 2021: 346) che si traduce nell’ “engrammare e non programmare”, il soggetto cioè non deve seguire pedissequamente gli step di un rigido programma, ma deve essere in grado di governare l’aleatorietà che emerge da forze in movimento, attraverso la libera iniziativa, l’invenzione, la creatività, la correzione e l’autocorrezione, ovviamente sempre non perdendo mai di vista l’obbiettivo che si intende raggiungere; nel “comunicare e non manipolare”, poiché mentre nella programmazione l’informazione trasmessa ha un valore vincolante, nella comunicazione ha un valore orientativo, il destinatario  è quindi lasciato libero di engrammare l’informazione e di trarne le conseguenze proponendo un ventaglio di azioni che mirino da diverse angolazioni a raggiungere l’obbiettivo; nell’“animare e non dirigere”, dato che l’animazione è un intervento provvisorio parziale su alcuni centri difettosi o bloccati di un sistema organizzativo. Morin utilizza in proposito l’esempio dell’agopuntore il cui lavoro consiste proprio nella riattivazione dei nodi organizzazionali di un sistema, con delle punture che vanno a stimolare dei centri locali da cui parte una sorta di reazione a catena che va ad interessare l’intero sistema; nella “correzione e autocorrezione”, infatti, nella concezione tradizionale, programmazione, manipolazione, direzione, correzione sono le regole e colui che dispone dell’informazione controlla, corregge, domina, manipola attraverso processi di inibizione, repressione, eccitazione, stimolazione. Nella scienza nuova la correzione deve essere innanzitutto un atto di riflessione su se stessi, un atto di autocritica, quindi di autocorrezione. “Dirigere gli altri significa innanzitutto rettificare se stessi” (Morin 2021: 348).

Alle regole della nuova forma di non violenza bisogna integrare i principi che rendono l’azione “anti-manichea” ovvero “l’incertezza” e “la deriva e trasformazione ecologica” dell’azione poiché il principale scopo del pensiero complesso deve essere proprio quello di insegnare a convivere con l’incertezza. Convivere con l’incertezza infatti è “senza dubbio il più grande salto esistenziale che bisogna compiere perché possa iniziare, a livello del pensiero e dell’azione, l’esistenza complessa. Questo è ciò he già accade in ogni istante a livello biologico: convivere con l’invivibile, è questo il vivere” (Morin 2021: 351).

In conclusione alla luce di quanto detto, possiamo affermare che l’obbiettivo principale della Scienza nuova non è certo quello di fornire un sapere tecnicamente sfruttabile, ma è quello di produrre strumenti di comprensione, “tessuti viventi di cultura”, fonti di riflessione e di creatività. Ma è in particolare quello di generare ambienti in cui venga potenziata la riflessione di secondo livello, la meta-riflessione, l’unica a permettere uno sguardo d’insieme sui fenomeni e a favorire il potenziamento del pensiero strategico e la messa in atto di interventi che non mutilino la realtà. 


 

Bibliografia

Vico, Giambattista
1744 Scienza nuova. Milano, BUR, 1996.

Morin, Edgar
2021 Il metodo VII. Il metodo del metodo. Messina, Armando Siciliano.


Gazeta de Antropología